Terre d'ascolto

Terre d'ascolto

La qualità della nostra Vita è la qualità delle nostre relazioni, a cominciare da quella con sè.

Un luogo non luogo dove ascoltare, trovare, creare, confrontare, guardare, riflettere sul cammino straordinario che è la Vita.
Per ascoltarsi, crearsi, confrontarsi, guardarsi, riflettersi.
Per Amare ciò che è. Adesso. Incondizionatamente.

Uno sguardo sulla sanità

RiflessioniPosted by Carlo 08 Oct, 2014 09:34:14

I più recenti studi e sondaggi realizzati in Italia, ad esempio nel 2013 da Aned (Associazione Nazionale Emodializzati e Trapiantati), e anche in altri Paesi come gli Stati Uniti, i quali risultati sono facilmente a disposizione sul web, indicano che la criticità più importante in questo momento nell’ambiente medico ed in particolare verso i pazienti cronici, è legato alla qualità della comunicazione interpersonale tra i protagonisti. Ovvero il malato si sente “curato” ma NON “preso in cura”, salvo alcuni casi di eccellenza in questo senso, la persona non si sente tale ma un “numero”. Medici, infermieri, personale di servizio, non riescono a creare con il paziente ciò di cui ha maggiormente bisogno nel momento più difficile, ovvero l’attenzione come essere umano. Il personale sanitario, anche a seguito della iper-specializzazione, è estremamente preparato dal punto di vista “tecnico”, ha perso di vista la qualità fondamentale del medico, ovvero, l’ascolto profondo, come scrivevo sopra salvo casi particolari che, infatti, emergono per questo aspetto. Proprio quella qualità che i fondatori della medicina hanno definito come fondamentale, una buona cura parte da un ascolto profondo del paziente, a partire dalla sua sfera ambientale ed emotiva. Per avere conferma di questo è sufficiente fare una breve visita in qualunque reparto ospedaliero o ambulatorio medico. Il tempo dedicato dal professionista o dal collaboratore, alla comprensione degli aspetti relazionali è quasi del tutto inesistente. Eppure gli studi hanno dimostrato come la qualità della relazione ovvero il fatto che il paziente si senta accolto, ascoltato, accettato in momenti così difficili nei quali si ritrova spaventato e disorientato, sia la parte fondante del processo di guarigione.

Negli ultimi tempi sono stati fatti alcuni passi in questo senso, ancora troppo poco. Le corsie degli ospedali e sale d’aspetto degli ambulatori pullulano di persone che lamentano questa carenza, frasi come “vado dentro, mi fa la ricetta senza neanche ascoltarmi”, oppure in corsia “è passato il medico, non ho neppure capito cosa mi ha detto”, vengono ripetute in continuazione. E’ evidente che questo processo richiede un cambiamento epistemiologico nell’approccio al paziente, ovvero l’attivazione da parte del personale sanitario delle qualità dell’essere come empatia, capacità di ascolto profondo, che in realtà è un ritorno alle origini della stessa disciplina medica cioè una relazione “empatica” con il paziente. Uno studio del 2012 promosso e condotto alla Thomas Jefferson University di Philadelphia, ha coinvolto circa 900 pazienti diabetici, spesso causa dell’insufficienza renale terminale, e una trentina di medici: i risultati, pubblicati sul Journal of American Medical Colleges e facilmente reperibili sulla US National Library of Medicine, hanno mostrato come i medici più “empatici” avevano pazienti in grado di controllare meglio parametri come emoglobina glicata e colesterolo. Analogo studio è stato svolto anche da un gruppo di ricercatori nazionali presso la ASL di Parma, il livello di empatia dei medici è stato misurato attraverso un questionario composto da venti domande che indaga la capacità del medico di capire dolore, lamentele e preoccupazioni del paziente offrendo il proprio aiuto e sostegno. Quindi, si è misurato il grado di controllo della malattia dei diabetici andando a registrare l'incidenza di complicanze metaboliche acute (dal coma agli squilibri elettrolitici gravi) che hanno richiesto un ricovero: secondo i ricercatori infatti la prevenzione di questo tipo di eventi è molto influenzata dal medico e da come gestisce ed educa il paziente.

I risultati, anche questi facilmente reperibili in rete, sono chiari: i ricoveri per complicanze acute, circa 130 nell'anno della valutazione, sono molto più probabili fra i pazienti di medici meno empatici. Se invece il dottore è comprensivo e vicino al malato, i guai sono molto più rari: solo circa una trentina di ricoveri arrivano da assistiti di medici che si identificano di più nelle sofferenze dei loro pazienti. Un dato sconcertante e che fa riflettere con la forza dei numeri. E’ evidente che il mondo della medicina non può valutare il lavoro del personale sanitario in base alla capacità di contenere i costi o districarsi nella burocrazia. E’ opportuno attivarsi con un livello formativo diverso dall’attuale e che sia rivolto all’insegnamento e alla riscoperta nel singolo delle vere qualità dell’essere.

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